Giornata Speciale

Cristine era molto giù in quel periodo, per tutta una serie di disavventure e per la fine della sua storia d’amore con un ragazzo otto anni più grande di lei. Questo però non le levava mai il buonumore, che era solita elargire verso coloro che le stavano vicini. Io ero uno dei privilegiati. Le dissi, all’insaputa di Lucille, del fatto che stessi uscendo con la sua ex ragazza. Ebbi un po’ paura per la sua possibile reazione, ma il suo sorriso compiaciuto che fece, una volta venuta a conoscenza della notizia, spazzò via ogni timore. Pranzammo insieme e volle sapere ogni particolare della storia. Ciò che non le dissi fu il fatto che Lucille fosse ormai mia schiava, ossequiosa servitrice di ogni mio capriccio. Ma questo era poco importante per le attuali circostanze. Mi limitai a descrivere i caratteri esterni della vicenda, descrivendo i fatti così come sono avvenuti senza tenere conto dei risvolti psichici. Liberarsi di un senso di colpa ti fa sentire leggero come una piuma. Liberasi dal senso di nausea è come non essere più sottoposti alla forza di gravità. Non potevo confessare a Cristine dei miei omicidi, del mio senso di nausea e dell’assenza di senso di colpa. Non dissi niente del mio viaggio ad Haiti, mi limitai a sparire per una settimana.

Il pranzo fu veramente piacevole, era una giornata splendida. C’era il sole e la temperatura era mite. Il pasto non fu un granchè, ma quest’ultimo particolare è più che trascurabile.

 

“…poi ritornò il sole, a splendere nella mia vita, ma quel sole non era intenso come lo era prima. La luce era diventata fioca e non scaldava per niente. Era un sole freddo e smorto, forse perchè troppo lontano o forse perchè…Sentire di non riuscire a cogliere nulla della propria vita. Avere potenzialità infinite ma distruggersi nell’incapacità di sfruttarle. Sentirsi sempre inutili. Ripartire ogni volta, sempre con più forza, con più entusiasmo, con più vigore e poi, tristemente, fermarsi. Si riparte, ci si riferma. Basta! Voglio tutto ciò finisca! E fu così che tutto ciò finì. Non chiedermi perchè, mio sempre più fedele e sempre più paziente lettore. Il perchè non esiste. Non si può dare sempre una spiegazione a tutto nella vita, o meglio, ogni tanto è bello non dare nessuna spiegazione…”

 

Quella giornata mi aveva ridato qualcosa, ovviamente non banalizzabile con le parole. Le sensazioni, delle volte, sono eccessivamente difficili da descrivere, o perché non esistono parole abbastanza esaurienti o perché nessuno ne ha mai trovato di adatte. Resta il fatto che quel pomeriggio mi sentii del tutto appagato. Fu nelle semplicità di due chiacchiere con una amica al tavolino di un bar, fu nel confessare una parte di me a una persona a me cara. Sta di fatto che mi sentii terribilmente bene. E non provavo alcuna nausea, ma so che sarebbe durato poco.

 

…è tutto così strano, così surreale. Il mondo, il mondo come l’ho sempre visto, non è più così. E’ cambiato il modo di intendere il mondo. Il mondo, per quanto possa sembrare assurdo, è rimasto lo stesso. Se guardi lo stesso oggetto da due prospettive diverse avrai l’impressione di guardare due oggetti diversi. E’ cambiata la prospettiva, ma l’oggetto è rimasto lo stesso. Ma cos’è successo? Perchè questo cambiamento? Eppure va tutto come è sempre andato, e andrà sempre così.

Continuo a farmi le stesse domande, e c’è ne una che mi ossessiona. Continuo a chiedermi cos’è la felicità. Si dice che la felicità sia una ricompensa giunta inaspettata a chi non l’ha cercata. Inaspettata e ingiusta, aggiungerei io. Si, perchè la felicità non va a merito, la felicità è uno premio, non una ricompensa. Perciò va a caso e, come al solito, finisce per premiare sempre chi se lo merita di meno. Ti accorgi che stai sbagliando tutto. E’ come svegliarsi da un lungo sonno. E’ come nel mito della caverna di Platone. E’ come in Matrix. La felicità non va a caso, ma segue una logica ben precisa. Questa logica è diversa da come pensavo che fosse. Credevo che bastasse una sola logica per spiegare tutto, una logica che segue le regole della giustizia. Tanto mi dà tanto, o giù di lì.

Non è così, devi metterlo bene in testa. Non è così! Tutto nasce dal conflitto. I sentimenti nascono dal conflitto. La guerra è il “padre” di tutte le cose. La felicità è un sentimento. La felicità nasce dal conflitto. Guardati intorno, e te ne renderai conto…

 

E così fu. La sera ero di nuovo nel letto a contorcermi dal dolore. Di nuovo il senso di nausea, accompagnato da tutta una serie di immagini sfocate, che divennero nitide all’improvviso e poi sfumarono lentamente. La chiesa, il prete, Gesù, mio padre, mia madre, Cristine, David, Lucille, Florence, Claudia, Antony Marc, principessa, la mia auto, orso… mi addormentai. Fu la notte più lunga della mia breve quanto misera esistenza.

Astrazione

Il vento soffia e porta via le foglie…l’autunno finirà. Ci sarà l’inverno e poi sarà di nuovo estate. Che ne sarà di me? Forse in qualche fredda stanza d’albergo a piangere per le mie colpe o forse in un’ancor più fredda cella a maledire i giorni in cui venni al mondo, sia per quanto riguarda la prima vita che la seconda. Maledetto senso di nausea. Mi corrodeva come un acido, mi lasciava senza respiro ed arrivava senza preavviso. Tornato a casa dopo il funerale, mi sdraiai sul letto. Ero stato bene tutto il giorno, ma in quel momento il dolore non mi lasciava tregua. Iniziò quando ascoltai l’omelia del prete, padre George, che fece un invettiva contro i falsi miti, il falso bene e tutti quei falsi profeti che riuscivano ad ingannare l’animo di questa o quella pecorella smarrita.

“Solo in Dio possiamo trovare l’amore, perché Dio è amore e accoglierà l’anima della nostra sorella Claudia in questo momento di passaggio. Claudia ora è in viaggio verso l’eterna beatitudine e preghiamo il signore affinché l’accolga tra le sua braccia con amorevole e paterno affetto”.

Che dio volesse o no accettare Claudia tra le sue braccia, non è affar mio. Che faccia ciò che vuole. Fu l’assenza di esitazioni del pastore a sconvolgermi. Parlava, con indomita sicurezza, di cose che, francamente, trovai difficile credere che ne avesse la benché minima concezione. Astrazione. Il paradiso, l’inferno, il purgatorio, la resurrezione della carne, la resurrezione delle anime, il peccato, la redenzione, la grazia, la misericordia, l’omelia, l’eucarestia, la confessione, la benedizione, l’incenzo, l’acqua santa, spezzò il pane, versò l’acqua, l’agnello di dio, il nostro padre, diamoci la mano siamo tutti fratelli, in verità ci disse, andate in pace, amen.

Provavo un’enorme, sincera e rispettosa ammirazione verso la figura di Gesù il Nazareno. Fu un grandissimo rivoluzionario, se consideriamo il momento storico in cui è vissuto. Era un epoca in cui tutta la Palestina, dominata dai romani, era percorsa, in lungo e in largo, da bande di ribelli armati contro l’impero, con molte analogie e similitudini con quelli che, diversi secoli dopo, vennero chiamati briganti. Lottavano per l’indipendenza e la libertà del loro popolo, così come fecero i partigiani durante la seconda guerra mondiale, come i sandinisti in Nicaragua, come i barbudos a Cuba, come l’EZLN in Chapas, come i giacobini in Francia, come i bolscevichi in Russia, come i campesinhos in messico, come i cangaçeiros in Brasile e potrei andare avanti per molto tempo ancora facendo innumerevoli esempi. Gesù, in quel contesto di ribellione, fu un leader a modo suo. Predicò la fratellanza e la pace, l’amore per il prossimo e per se stessi. Lottò con tutto se stesso contro le ipocrisie e  le convenzioni sociali imposti dai sacerdoti del suo tempo. Predicò l’essenza della fede, la sostanza e non la forma. Fu il primo nella storia a pronunciare, con voce chiara e distinta la parola Amore. La sua rivolta passava per il superamento dei sacrifici a questo o quel dio, non importava se giudeo o pagano. Passava per il sogno di una Palestina libera dai romani ma libera anche dai sacerdoti che infestavano i templi per gestire il potere che da questi ne derivava. Una Palestina libera dal potere, sia temporale che spirituale, che gli si era legato come un collare per cani.

Lottava contro tutto quello che, in quel momento, era lì davanti ai miei occhi, sotto forma di altare con sopra l’omino col collare bianco e la sciarpetta viola, nella vacuità delle sue parole. Tutto ciò che ascoltavo mi faceva solo sentire male. Credo che una delle colpe principali della chiesa fu quella di instillarmi il senso di colpa. Ma il senso di colpa lo provavo nel vivere tutte le cose che normalmente fanno parte della natura umana. Ho vissuto la mia sessualità, soprattutto durante l’adolescenza, più come fardello che come un piacere. Era un peso del quale volevo liberarmi, ma di cui, tuttavia, non ne potei fare a meno. Ma nell’uccidere non provai mai senso di colpa. Si preoccuparono più di dirmi che non mi sarei dovuto masturbare, piuttosto che insegnarmi l’amore verso il prossimo, l’amore verso gli ultimi e l’amore verso me stesso. Mi insegnarono tutto tranne ciò il nazareno insegnò veramente. A casa, quando mi addormentai, sognai di essere crocifisso, con Gesù che implorava pietà per me e mille preti che sentenziavano ipocrisie, mentre conficcavano nella mia carne i chiodi della loro ignoranza. L’ignoranza del non considerare l’essere umano nella sua natura, l’ignoranza di non sapere leggere tra le righe di certi insegnamenti, l’ignoranza del non percepire il linguaggio del mondo e della natura. Al mio risveglio la mia priorità fu pensare a come farmi passare il senso di nausea. Scelta dell’obiettivo, scelta del luogo e scelta dell’arma.

Spartaco

Spartaco fu un gladiatore romano che capeggiò una rivolta di schiavi, la più impegnativa delle guerre servili che Roma dovette affrontare: viene per questo motivo soprannominato “lo schiavo che sfidò l’impero“. Significativa è la ricostruzione cinematografica che, nel 1960, ne fece Stanley Kubrik. In realtà il protagonista, nonché produttore del film, fu Kirk Douglas. Egli impregnò il film di un disgustoso egocentrismo, ma ebbe il merito di licenziare Anthony Mann, che iniziò nella regia della pellicola, e lo sostitui con il maestro Kubrik, che diede un’impronta decisiva affinché il film assurgesse al titolo di capolavoro. Limitò i primi piani di Douglas inizialmente previsti e si concentrò sulla problematica sociale che portò alla rivolta. Fu autore di alcune sequenze certo degne di indiscussa fama, come ad esempio la battaglia finale, per la quale riuscì a rendere in modo eccellente le manovre tattiche dell’esercito romano. Spartaco, che secondo alcuni storici testimoni oculari delle sue imprese era alto, bello, intelligente, gentile e carismatico, divenne un personaggio leggendario, un emblema dell’eroe romantico capace di lottare in nome della libertà e di sconfiggere i più forti eserciti del mondo grazie alla passione più che alle armi. Già la sua ribellione viene citata dal poeta latino Claudiano, quasi 5 secoli dopo i fatti, nel poema De bello Gothico, accostando la debolezza dei Romani del V secolo alla ignominiosa sconfitta delle forze romane per opera dello schiavo Spartaco. La sua figura ispirò romanzi, film, e alcuni uomini politici quali Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht che nel 1919 fondarono la Lega di Spartaco e che vennero definiti appunto “spartachisti”.

Spartaco fu per me, che fui schiavo non dell’impero romano, ma dell’impero della figa, motivo di ispirazione e fu esempio tanto fulgido quanto imponente. Mi insegnò a desiderare la libertà.

Schiavitù

Oramai tutto era chiaro. Florence fu per me fonte di grandissima infelicità. Ogni volta che lei tornava, anche se soltanto sotto forma di pensiero, non risultava mai essere evanescente, ma viveva nella mia mente in maniera concreta, più cattiva che mai. Già, perché lei era cattiva, ma tanto cattiva. Con lei scoprii cosa volesse significare essere schiavo. Fui suo schiavo, e ancora mi pento di essermi ridotto in quello stato. Liberarsi dalle catene è difficile, quando le catene sono ben strette. Ma se le catene sono aperte e la tua libertà è solo nelle tue mani, diventa allora difficile liberarsi, in quanto entra in gioco il senso di smarrimento, e si ha paura di fuggire via e lasciare quel posto che, seppur privandoti della libertà, ti lasciava comunque un po’ di gioia, anche se effimera. La gioia era in uno sguardo, in una carezza, in un sorriso, in una telefonata, in un sms, in una frase dolce. Ma la sofferenza e l’amarezza era quando lo sguardo, la carezza, il sorriso, la telefonata, il sms, la frase dolce erano rivolti a qualcun altro. Per non parlare dei momenti di silenzio. Quelli erano i peggiori. Non auguro neanche al mio peggior nemico di dovere aspettare una telefonata che non arriverà mai. E’ vero, quando arriva, la gioia è incommensurabile, ma quando non arriva  il dolore ti segna ed è un boccone difficile da mandare giù. Maledetta schiavitù!

Pensai che, per liberarmi da questa condizione, avrei dovuto vederla soffrire. O ucciderla. Ma ucciderla sarebbe stata una mossa avventata, anche perché gli inquirenti avrebbero da subito concentrato le indagini su di me e, prima o poi, mi avrebbero incastrato. Era molto semplice commettere un errore in quei frangenti. Ma sulla morte di un cane nessuno avrebbe mai indagato e, visto che Florance era legata da un affetto morboso al il suo Labrador, che aveva chiamato Principessa, fu un colpo molto duro svegliarsi con l’ombra della testa del cane decapitata e sanguinante che si adagiava sul suo giaciglio la mattina, legata con una corda attaccata ad un chiodo piantato sopra la finestra della sua stanza da letto il pomeriggio prima per l’occasione. Avrei voluto vedere la sua faccia quando si svegliò, ma non potei assistere allo spettacolo.

Casa di Lucille era a 5 km di distanza, praticamente dall’altra parte della città, e quella notte, dopo avere eseguito il delitto, andai da lei e citofonai. Lei mi aprì la porta con entusiasmo. Salii le scale e tutte le brutte sensazioni avute la sera del nostro primo appuntamento erano sparite. Come il senso di nausea, che ebbi nei giorni a seguire. Mi aprì la porta e mi si appese al collo. Fu un bacio lunghissimo. Non parlammo quella sera, eravamo troppo presi dalla passione. Facemmo sesso sul divano tutte e due le volte, poi la stanchezza prese il sopravvento. Parlai poco anche al mattino, dicemmo più che altro frasi di cortesia. Si vedeva che lei avrebbe voluto qualcosa di più, ma era troppo dolce per avere come uomo una persona che aveva ucciso tre volte, di cui una volta se stesso e una volta un cane. Ma questo mio essere restio la portò a schiavizzarsi nei miei confronti. E questo, sebbene mi creasse un certo disagio, in quanto non amavo essere fonte di sofferenza per le persone, mi diede anche una sensazione di benessere, dovuta al fatto che mi eccitava da morire comandare il gioco. Dovevo solo stare attento a non esagerare e a non permetterle di ribaltare i ruoli. Era lei la schiava.

Chi non se la passava per niente bene era la sorella di Florence, Claudia. Claudia aveva fatto delle scelte radicali nella sua vita. Era partita con greenpeace a 18 anni, poi era andata in Antartide a 21 e, quando decisi di andarla a trovare a Port au Prince, Haiti, aveva appena compiuto 27 anni. Non so esattamente cosa ci facesse, era una persona abbastanza squilibrata e aveva talmente tanti nemici che sarebbe stato facile depistare le indagini, soprattutto se, ad ucciderla, ci avrebbe pensato un killer assoldato per l’occasione. E la polizia non se ne sarebbe occupata più di tanto, visto la difficile situazione politica che viveva l’isola. Così, dopo una settimana di vacanza ad Haiti, dopo avere speso 1500€ per il delitto, compiacendomi delle ottime condizioni economiche applicate al campo degli omicidi nel paese centroamericano, tornai a casa. Il delitto sarebbe stato compiuto qualche giorno dopo ma, per un puro colpo di fortuna, a causare la morte di Claudia fu un incidente stradale. Niente indagini e niente rischi. Tutto liscio come l’olio. Se non fosse per i 1500€ buttati nel cesso. Ma la cosa mi dispiacque relativamente. Fu troppo grande la soddisfazione di vedere soffrire Florence. La sorella lontana era un altro suo grande amore. Era legata anche a lei in maniera indissolubile. Fu solo allora che capii di essere diventato cattivo. In realtà a spingermi a comportarmi così non era né il gusto della vendetta, né il rancore. Era il senso di nausea. Ogni volta che arrivava, l’unico modo per placarlo era commettere un’azione del genere. Uccidere mi faceva sentire meglio. Fu così anche nel caso di Claudia, che morì per conto suo ma mi sentii comunque responsabile della sua morte. Questo risultò essere sufficiente a fermare la nausea.

Al suo funerale piansi. Non piansi per lei ma per me stesso. Pensavo ancora ai momenti di sofferenza che passai per colpa di Florance. Pensai alla volta che andai a casa sua e non la trovai. L’avrei vista due ore dopo in compagnia del suo ex. Pensai a quando le dissi che ero innamorato di lei, e lei si limitò ad incazzarsi. Non ebbe uno straccio di comprensione, quasi che l’amore fosse un privilegio elargibile soltanto da lei medesima in qualità di Dea padrona del suo mondo e di chi ne facesse parte. Pensai a quando baciò David davanti a me, ben sapendo che avrei dovuto mandare giù il boccone amaro, per non rovinare l’amicizia con lui. Brutta troia, tua sorella non meritava di morire, ma dovendo scegliere tra te e lei, preferii vedere soffrire te. La morte non è niente in confronto ad una vita di sofferenza. Lo sapevo bene, visto che soffrii tanto a causa sua. Arrivai ad odiare David, è questo il mio unico cruccio. Non glielo dissi mai e feci di tutto per celare il vergognoso sentimento. Ci riuscii bene, ma avevo tracciato un solco troppo profondo dentro me stesso.

Pensai a quanto fu difficile andare avanti in certi momenti. Pensai alla schiavitù e pensai ad una padrona che, oltre ad avere perso la sorella, oltre ad avere perso il fedele ed affezionato cane, perse, molto tempo prima, il suo fedele ed affezionato schiavo. Già, perché sono i padroni ad avere bisogno degli schiavi più di quanto gli schiavi abbiano bisogno dei padroni. Fu questa riflessione che mi portò a giurare a me stesso che non avrei ami ucciso Lucille. Era la mia schiava e non potevo più fare a meno di lei. Ma guai a ribaltare i ruoli.

Infelicità

Per tanto tempo ho riflettuto su cosa potesse essere la felicità, ma il mio stato d’animo non è mai stato adatto. Si, perchè penso che per parlare della felicità si debba essere felici, altrimenti si finisce solo col dire cazzate. Pensai molto di più all’infelicità. Cos’è l’infelicità? Ho provato a cercare la definizione sul vocabolario ma niente mi ha soddisfatto. L’infelicità è uno stato d’animo, e come ogni stato d’animo non può essere definito in maniera esatta. Sul dizionario viene definita come “lo stato d’animo di chi è infelice”. Allora cercai la parola infelice, e, tra le tante definizione che ne lessi, quella che mi colpì di più è la seguente: “che vive in condizioni tristi e non può soddisfare i propri desideri”. Sono due le parole che catturarono immediatamente la mia attenzione: “tristi” e “desideri”. La parola infelicità è quindi legata al concetto di tristezza e a quello di desiderio. Per quanto riguarda la tristezza, credo che sia solo un sottoprodotto dello stato d’animo dell’infelice. Ciò vuol dire che la tristezza è conseguenza non voluta, e non causa, dell’infelicità. Ciò che è più importante, è il concetto di desiderio, o meglio di insoddisfazione dei desideri. La definizione convenzionale di desiderio, istituzionalizzata dal vocabolario, e perciò non del tutto esatta in quanto statica,  è: “moto intenso dell’animo che spinge a realizzare o a possedere qualcosa che si considera un bene”. L’insoddisfazione dei desideri non è altro che il non realizzare o non possedere qualcosa.

Questa definizione di infelicità, era già stata data da Epicuro, che sinteticamente predicava l’alienazione dai desideri come condizione fondamentale per il raggiungimento della felicità. “Se vuoi far ricco Pitocle, non accrescerne gli averi, ma sfrondane i desideri”. Da quando, per la prima volta, ho incontrato il pensiero epicureo (per favore non cercate la parola epicureo sul dizionario, scrivono solo cazzate), mi sono convinto del volerne seguirne pedissequamente gli insegnamenti. Ovviamente ho fallito, miseramente oltretutto! I miei desideri sono connessi a delle mancanze, e le cose che mancano catturano la mia attenzione molto più delle cose che ho. E’ triste dirlo, ma è caratteristica dell’animo umano quella di cercare ciò che manca anziché godere di ciò che si ha. Sembrerà banale, scontato, ma è la verità. Forse la felicità è sintetizzata dal concetto di accontentarsi di ciò che si ha e non desiderare ciò che non si ha. Il desiderio nasconde è frutto di una mancanza, e la mancanza causa infelicità.

A me la vita ha dato tanto, non lo nascondo. Però non posso far altro di essere infelice (non triste, infelice!). Non so esattamente ciò che mi manca. Ho provato spesso a banalizzare la cosa, ma ovviamente non ho trovato risposta. Come conseguenza ogni piccola cazzata può essere per me causa di infelicità. Sono alla ricerca dell’impossibile. Sono destinato a non essere felice (ripeto, non triste, ma infelice).

Un ricordo

Il ricordo di quel periodo era ancora vivo, non se n’era andato con la  morte. Sembrava mi fosse rimasto accanto, conservando e rinnovando la memoria di quel dolore grandissimo,  per ricordarmi alcuni errori che non avrei più dovuto commettere. Fu senza dubbio il periodo più amaro della mia vita precedente. Florence fu un amore fuori dal comune, enorme per intensità e senza dubbio difficile. Ci conoscemmo il periodo in cui lei usciva con David. Lui la lasciò dopo poco più di un mese e lei, forse per riavvicinarsi in qualche modo, prese sempre più confidenza con me. Capii subito i suoi intenti, ma la lasciai fare, non rendendomi conto dell’errore che stavo commettendo. Ci avremmo rimesso entrambi, ma allora l’eventualità di una possibile sofferenza sembra alquanto remota. Fu un’amicizia intensa e fulminante. A breve diventammo un punto di riferimento l’uno dell’altro. Facevamo colazione insieme, studiavamo insieme, pranzavamo insieme, uscivamo insieme. Vivevamo in simbiosi, felicemente, ma con molti problemi.

Lei era una persona d’animo irrequieto. La vita le aveva riservato un trattamento difficile da metabolizzare per una ragazza così giovane e lei, probabilmente reagì nel peggiore dei modi, ovvero non reagì. Era fondamentalmente buona d’animo, ma con momenti di cinismo causatigli dalle grandi difficoltà che si è trovata ad affrontare.

Quando mi innamorai di lei, il colpo fu difficile da incassare. Io a lei non interessavo e in più lei vedeva dissolversi l’amicizia che in cinque mesi costruimmo. Ci fu un periodo in cui il rapporto risultò essere altalenante. Improvvisi distacchi seguiti da intensi riavvicinamenti. Alla fine ci fu un allontanamento reciproco, carico di amarezza. Soffrii tantissimo in quel periodo. Ebbi l’impressione di perdere una delle cose più preziose che la vita mi aveva messo a disposizione. Da quel momento qualcosa dentro di me morì definitivamente.

Lucille mi ricordava molto Florence. Gli occhi, le labbra, il sorriso, quell’atteggiamento a metà tra il provocatorio e l’innocente mi ricordava in tutto e per tutto quel amore mai sbocciato. Quando quella sera ordinò, come dolce, il semifreddo al marron glacè. Sentii un senso di vuoto. Era il dolce preferito di Florence. Il ricordo ritornò più vivo che mai. I momenti passati insieme, le cose che ci dicemmo. Arrivarono come un uragano e colpirono il mio cuore, ancora provato per quell’esperienza che, per quanto difficile, risultò essere la più intensa della mia vita. Sembra strano, ma fu una cosa banale come il dolce a causarmi quel inconsueto senso di inquietudine e di smarrimento.

La serata con Lucille finì col risultare irrimediabilmente segnata da quella mia sensazione. I ricordi affiorarono come un fiume in piena, distruggendo tutto ciò che, con straordinaria fatica, avevo costruito fino a quel punto. Mi resi conto che forse non morii la notte del 11 novembre, ma lo feci molto prima, quando, un po’ per orgoglio, un po’ per paura, un po’ per superficialità, non mi resi conto che ciò che mancava ed era causa di quel orribile senso di vuoto, non era altro che Florence. Ero morto il giorno che il nostro rapporto cambiò. In realtà non fu il fatto che lei non volesse saperne di me a recarmi turbamento, ma fu il rendermi conto dei miei limiti a uccidermi. Prima di allora mi sentivo immortale, un persona che, se solo avesse voluto, nella vita avrebbe potuto fare tutto ciò che gli fosse passato per la mente. Se avessi avuto le ali di cera, mi sarei avvicinato spavaldamente al sole, convinto di non essere un Icaro qualunque. Ma quel giorno mi resi conto di essere un uomo, con in più la presunzione di essere un semidio.

Pagai il conto, andammo verso la macchina e misi in moto. Nel tragitto dal ristorante al locale che scelsi per il post serata, non dissi una parola. Mi limitai a rispondere si o no alle domande che lei mi fece. Arrivati nel locale lei ordinò un mojito, io un amaro. Eravamo visibilmente in difficoltà e fu solo un bacio a spezzare quella sensazione di imbarazzo che si era creata. Non fu un granché come bacio, ma era prevedibile che da quella situazione mediocre non sarebbe nato niente di eccezionale. E fu così che, dopo avere finito di bere ce ne andammo. La riaccompagnai a casa e, dopo un altro bacio, andai via. Eravamo entrambi visibilmente insoddisfatti.

La vita risultò essere ancora una volta beffarda. Mi sentii come sulle montagne russe. Un attimo prima ero su in cima e un attimo dopo mi ritrovai sprofondato in un abisso. Eccomi qua. Io e il mio vecchio amico. Di nuovo insieme. Quella sera tornai a casa e piansi, né per Florence né per Lucille, ma per la visita di questo mio vecchio amico. Quella sera fu la volta che mi sentii più vuoto e solo in vita mia.

Edizione straordinaria

“Tutta la redazione del nostro telegiornale è rimasta sconvolta appena le agenzie, ieri sera, hanno battuto la notizia. Il direttore generale di questa rete, Antony Marc, è stato brutalmente assassinato nella notte, mentre si stava recando a casa dopo una giornata di lavoro. L’assassino ha freddato Marc con tre colpi di pistola, di cui due andati a segno. Apparentemente sembra non esserci movente, ma gli investigatori stanno già battendo tutte le piste. Sembrano esserci alcuni elementi che tradiscono una matrice anarchica del terribile omicidio…”. La giacca che avevo comprato il primo giorno di vita non era molto adatta all’appuntamento con Lucille. Lei era una ragazza molto curata, ma allo stesso tempo estremamente semplice. Serviva un abbigliamento adeguato. Jeans, maglione e niente camicia. “Colleghiamoci ora con il nostro inviato sul luogo del delitto”. Il profumo credo sia un segno distintivo. Gli odori evocano ricordi. La nostra mente li associa a determinati momenti e determinate situazioni. Il profumo di Lucille era unico. Era particolarmente dolce senza però risultare stucchevole. Quando lo sentivo in giro non lo associavo subito a lei, ma mi dava comunque una sensazione di benessere. “L’efferato delitto è stato compiuto qui, sul luogo inquadrato dalla telecamera. Potete vedere, dalle immagini registrate, il corpo di Marc ancora adagiato sull’asfalto, coperto da un telo, mentre gli esperti dei reparti scientifici della polizia stanno facendo tutte le rivelazioni del caso.” Sarei passato da lei alle nove. Avremmo cenato insieme in un ristorante specializzato in cucina tradizionale; una specie di trattoria, con il pregio di essere un po’ più curato. Un luogo semplice e sofisticato, esattamente come lei. “Marc lascia la moglie e due figli, più un figlio nato da un precedente matrimonio. La famiglia, duramente sconvolta, si è chiusa in un composto silenzio”. Avevo fatto lavare la macchina per l’occasione. Niente arbre magique, solo un po’ del mio profumo. Non volevo che gli odori si mischiassero. “Gli inquirenti già sono al lavoro per cercare una soluzione di questo delitto apparentemente senza movente. Si tendono ad escludere motivazioni di natura passionale.” Non avevo ancora pensato a cosa fare per il dopocena. Probabilmente saremmo andati in qualche locale tipo cocktail bar o vineria. Divani comodi, luci soffuse e musica bassa. Atmosfera romantica ma non troppo, ideale per questo primo incontro. “Mandiamo in onda un servizio che ci racconta chi era Antony Marc, la sua vita, la sua carriera e la sua scalata al successo.” Dovevo scegliere un cd per la serata. Per quanto ne sapessi io, Lucille non era per niente appassionata di musica. Le piacevano le canzoni che passavano per radio e niente più. Scelsi qualcosa di soft. Optai per Nicola Conte. Il suo jazz molto orecchiabile sarebbe stato l’ideale per la serata. La musica non doveva essere troppo alta. “Sentiamo la voce di chi l’ha conosciuto, dei suoi colleghi, dei suoi amici e dei giornalisti di questa rete, che hanno avuto modo di apprezzarne le qualità di professionista e di…”

Spensi la tv. Quel telegiornale era terribilmente noioso. Cosa me ne poteva fregare, a me, di quello lì. Avevo una serata particolarmente eccitante e non volevo pensare ad altro. E poi non era successo nulla di grave. Era solo morto. Anche io ero morto, ma ora stavo benissimo. Starà meglio anche lui e, se non sarà così, pazienza. L’importante è andare avanti.

La serata stava per cominciare. Arrivai sotto casa sua alle otto in punto. Citofonai e lei scese dopo cinque minuti. Quando arrivò ed entrò in macchina, sentii il cuore accelerare ed una strana sensazione di benessere pervadere la mia mente. Fu una sensazione nuova. Mi disse semplicemente Ciao, con quella sua aria infantile e quel sorriso malizioso.  Ricambiai il sorriso e misi in moto.

 

Black Sheep Boy

Gli Okkervil river sono una band indie rock, formatasi ad Austin, Texas, nel 1998. Il leader, nonché voce e frontman della formazione, è Will Sheff. La band nacque nel giro di poche settimane, quando, con un registratore a 4 tracce piazzato in camera di Sheff, incisero il loro primo demo, con tanto entusiasmo quanta acerba inesperienza. Il risultato fu emblematico, soprattutto nel titolo “bedroom”. Il nome della band fu inspirato dal titolo di un racconto della narratrice russa Tatjana Tolstoja, discendente nientedimeno che di un certo Tolstoj, che a sua volta si era ispirata al nome di un fiume che passa per San Pietroburgo. Il gruppo venne alla ribalta soprattutto grazie al loro quarto album, Black sheep boy, omaggiando nel titolo e nelle sonorità di più di un brano dell’album Tim Hardin, famoso cantante folk americano. Le stramberie liriche di Will Sheff, ci guidano in un mondo immaginario, e forse per questo più vero che mai, popolato da psicopatici assassini e dolci amanti, vittime di stupro e cowboy in fuga verso il tramonto, che si conlude con il pezzo “A Glow”, in cui una lacrima nel vento si libra in uno splendido tramonto del Far West. Black sheep boy è un album di prim’ordine, una gemma rara pubblicata nel 2005. E’ uno dei miei dischi preferiti, specie in quanto ha segnato, nel tempo, una certa identificazione tra la mia persona e il personaggio del Black sheep boy, immaginato da me come il ragazzo fuori dagli schemi, ribelle nella sua semplicità e nella sua pacatezza, con l’unica pretesa di essere lasciato vivere in pace.

Chissà se Antony Marc, direttore generale della principale rete televisiva nazionale, avesse mai ascoltato quell’album. Credo che la cosa risulti essere poco plausibile, per non dire risibile, in quanto, in una sua intervista, alla domanda “qual è il suo cantante preferito?” rispose, con sfrontata quanto tempestiva ignoranza, “Mozart”, dimenticandosi del fatto che Mozart non abbia mai cantato. La vita a Antony Marc aveva dato tanto. Due matrimoni, tre figli, numerosi presunti flirt con le più belle soubrette del mondo televisivo, tanti soldi, tante amicizie importanti e tanto potere. Il suo potere poteva essere paragonato al potere del personaggio protagonista del film quarto potere di Orson Welles, Charles Foster Kane. Il quarto potere di Marc era la capacità di influenzare le opinioni e le scelte dell’elettorato, tramite l’uso dei media. Il concetto di quarto potere emerse con la diffusione della stampa e l’enorme diffusione della televisione, che è diventata l’unica fonte di informazione per la stragrande maggioranza della popolazione dei paesi democratici. Lui questo potere lo sfruttava al massimo delle sue facoltà. Ma attenzione, lui non lo ha mai sfruttato per se, almeno non direttamente. Era il cosiddetto amico degli amici.

Nel momento in cui divenne direttore generale, diede alla rete televisiva un’impronta totalmente diversa. Il primo cambiamento riguardò il telegiornale. Gli argomenti su cui concentrarsi al fine di focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica erano: la cronaca nera, particolarmente gradita se connessa a problemi d’integrazione razziale, la cronaca politica, limitandosi a registrare le dichiarazioni dei protagonisti del teatrino della politica e dimenticandosi dei problemi concreti dei quali si dibatteva, e il gossip, senza dimenticare il calcio. Poi la trasformazione della rete passò per i programmi d’intrattenimento. Il varietà divenne reality show, dando precedenza ai format che prevedevano la presenza di patetici personaggi ex famosi ormai in deficit di popolarità, con la loro carica di volgare stupidità. I film diventarono fiction a soggetto religioso o militare. Polizia, carabinieri, guardia di finanza e guardia costiera presero il posto di Monicelli, Scorsese, Coppola e Fellini. I programmi di approfondimento politico erano solo un’appendice del teatrino politico. I programmi musicali erano poi la cosa peggiore. Cantanti neomelodici e cagate varie infestavano l’etere e le orecchie dei malcapitati spettatori ascoltatori. Il nuovo corso della rete ebbe come obiettivo lo stordimento degli spettatori con programmi superficiali e volgari, tette e culi al vento per stuzzicare gli appetiti sessuali e idioti a tutte le ore che litigavano senza motivo. Dopo averli storditi e ipnotizzati con tanta futilità, bisognava creare un’unica opinione. Focalizzarsi su alcune notizie, indipendentemente dal fatto che potessero essere vere o false, portava inevitabilmente ad avere una determinata visione del mondo, non contemplando la complessità e la varietà dei problemi, ma semplificando il tutto e convincendosi che le soluzioni radicali, proposte dall’ottusa demagogia del politico di turno, potessero essere le uniche praticabili. E così veniva confezionata ad opera d’arte l’opinione del gregge, grasso e stupido, ingordo e inerme spettatore di tutta quella spazzatura.

Io non  facevo parte di quel gregge, io ero il Black sheep boy, il ragazzo pecora nera, e vedere tanta ignoranza mi causò un intenso senso di nausea. Fu per calmare il senso di nausea che presi il treno, arrivai nella città in cui aveva sede il network televisivo e alloggia tre giorni in una pensione nei pressi della stazione televisiva. L’arma fu acquistata nella mia città, da un tale che aveva tutta l’aria di chi non volesse avere nessun tipo di seccatura. Seguii Marc mentre, da solo, per non destare alcun sospetto, uscì di casa e si diresse verso casa di una delle sue amanti. Le telecamere del distributore automatico dove era solito comprare le sigarette a quell’ora, non arrivavano ad inquadrare l’albero che c’era sul marciapiede opposto, dove aveva fermato l’auto. Fu così facile freddarlo! Non fu niente di personale, ma era necessario che iniziasse un nuovo corso, e la sua figura era decisamente d’intralcio. Colpii da una distanza di circa tre metri, per evitare di essere sporcato di sangue. Non gli dissi niente, non ebbe neanche il tempo di guardarmi in faccia. Mirai al cuore e, una volta stramazzato al suolo, puntai il cranio, fallendo il secondo colpo, ma centrando il terzo. Fu una morte breve e poco dolorosa. Rimasi in città giusto il tempo di fare la valigia e prendere il treno. Portai con me la pistola, non credo l’avrei usata ancora, ma lasciarla lì sarebbe stato eccessivamente pericoloso. Il senso di nausea passò.

Primo giorno

La nuova avventura cominciò quel pomeriggio. Era il primo giorno della mia vita dopo la morte. Passai la mattinata a risistemare camera. Feci sparire ogni segno del tentativo di suicidio. Presi lo scooter, andai a riempire una tanica di gasolio per l’auto e comprai il giornale.  Lessi fino a mezzogiorno, poi pranzai e il pomeriggio uscii. Andai a fare un giro per negozi. Comprai un pantalone e una giacca nera, poi mi mangiai un gelato. Quel pomeriggio fu caratterizzato da una stucchevole quanto disgustosa monotonia. Venivo da due giorni in cui ero morto e avevo cominciato una nuova vita (attenzione non risorto). Quella passeggiata risultò essere terribilmente nauseante, ma imparai presto a convivere con quella sensazione, tanto da trasformarla in un punto di forza. Ma procediamo con ordine, non voglio anticipare nulla. Posso solo dire che quel senso di nausea non minava la mia serenità. Mi sentivo un Dio in terra. Certo, un Dio in terra che avrebbe volentieri vomitato il gelato appena mangiato, ma mi sentivo molto sicuro di me. Sapevo di non avere la benché minima idea di cosa fare per ricominciare. Quando, prima di morire, decisi di cambiare vita, ebbi a che fare con un processo lento, lungo e difficile. Questa volta non fu una circostanza specifica a farmi cambiare vita, ma fu un fatto tanto singolare quanto insolito a pormi di fronte a questa inattesa possibilità. Ma ciò non mi turbava affatto. Avevo la possibilità di farmi guidare dall’istinto. Smisi di pensare. Da quel momento decisi di affidarmi all’ispirazione.

E la prima cosa che mi ispirò fu Lucille, l’amica di Cristine. Era alta circa 1.65 metri, occhi verdi e capelli castani. Era 3 anni più piccola di me. Aveva un atteggiamento infantile, si vedeva che era ancora acerba ma, nonostante ciò, aveva una sensualità fuori dal comune. Quella sera, come anticipato, fui invitato a casa sua da Cristine. Lucille era una ragazza molto particolare. Bella e intelligente, come lo era del resto Cristine. Ciò la distingueva era la sua ambiguità. Era una persona estremamente enigmatica. Mi presentai a casa sua alle 9 in punto. Cristine non era ancora arrivata e così approfittai dell’occasione per fare due chiacchiere. Il nostro rapporto non era mai andato al di la del “ciao, come va?”. Era la prima volta che ebbi l’occasione di parlare con lei e la cosa fu veramente fantastica. Rimasi folgorato dai suoi modi e dalla sua sensualità infantile. Ci si spinse molto in la con i discorsi, arrivando ad un livello quasi aulico. L’estasi fu interrotta dal suono del citofono. Era Cristine, la mia amica Cristine, la mia amata Cristine, che questa volta era veramente inopportuna. In quel momento la odiai, ma l’odio non durò più di tre secondi e lasciò spazio ad una fantastica sensazione. Quella sera si creò una bellissima intesa tra noi tre. Morire non fu poi così male. L’essermi liberato delle ansie che mi portavo dietro nella mia precedente recava con se un indiscutibile vantaggio; da quel mattino mi sentii più leggero e, soprattutto, più sicuro di me.

Questa sicurezza si trasformò in coraggio quando chiesi a Lucille, in un momento in cui Cristine si era allontanata per rispondere al telefono, di uscire con me. Lei accettò. Il suo sguardo, mentre mi diceva di si, era dolcissimo e sensuale allo stesso tempo. Ero estasiato. Aveva la testa china e mi fissava negli occhi. Poi si morse leggermente le labbra, per esprimere un leggero imbarazzo. Fu un istante carico tanto di tenerezza, quanto di erotismo. Ci scambiammo i numeri di telefono, così da rimandare ad un secondo momento la decisione riguardo il luogo, il giorno e l’ora dell’appuntamento. Quando Cristine ritornò tra noi ci fu un attimo di disagio. Poi ci sciogliemmo subito e la complicità nel nascondere l’appuntamento a Cristine fu estremamente eccitante. In realtà Lucille non era una semplice amica di Cristine. Era la sua ex ragazza, la sua unica ragazza. Provarono insieme l’esperienza dell’omosessualità e finì, per entrambe, con la fine della loro storia. Fu più per gioco che per reale necessità di seguire una certa inclinazione. Ma questa storia lasciò in entrambe una certa ambiguità, specie in Lucille, e la cosa eccitava da morire. Decidemmo di non dirle niente, almeno per il momento. In fondo era solo un’uscita e d’altronde era stata lei a farci conoscere. Non stava scritto da nessuna parte che saremmo finiti a letto insieme. Probabilmente non ci saremmo neanche baciati, pensai, mentre impugnai la pistola, esplosi il primo colpo e liquidai quel maledetto figlio di puttana.

Risveglio

Al mio risveglio mi ritrovai sdraiato nel garage di casa mia, adagiato sui cuscini, così com’ero nell’istante in cui morii. Non realizzai subito cos’era accaduto. Capii che non era un sogno e soprattutto che non ero morto. La differenza tra la morte e la vita riesco a percepirla bene, soprattutto ora che avevo fatto entrambe le cose, vivere e morire. Ero vivo. La macchina era spenta e la porta che dal garage dà sul cortile era aperta, così come la porta che collega il garage con l’interno. Avevo ancora le cuffie nelle orecchie. Lo stereo era acceso ma la musica era finita. Cominciai a pensare che tutto ciò che feci prima di morire, comprese le lettere, non fosse reale. Pensavo facesse tutto parte del sogno ma, volendo considerare la realtà nella sua concretezza, senza lasciarsi guidare dal sentimento o da considerazioni astratte, fu facile rendersi conto di quanto ciò fosse poco plausibile, altrimenti non sarei stato in grado di spiegare cosa ci facessi nel garage, sdraiato sui cuscini e con le cuffie nelle orecchie.

Mi alzai ed entrai in auto. Il quadro era acceso e la spia del carburante era rossa. Provai a mettere in moto, ma il tentativo fu vano; era evidente il fatto che fosse a secco. Andai in sala a controllare se le lettere fossero lì. Le trovai sul tavolo, così come le avevo lasciate, per di più sigillate. Ero stordito e visibilmente scosso. Non riuscivo a capire cosa fosse successo. Era palese che il mio tentativo di suicidio era fallito. Pensai ad un colpo d’aria che avesse aperto le porte e, grazie a uno strano gioco di venti, avesse reso innocui i gas di scarico della vettura. Pensai che fosse stato mio padre, ma ciò non spiegava come mai rimasi nella stessa posizione in cui mi trovavo prima di addormentarmi. Vidi sull’orologio della parete che erano le 6 del mattino. Accesi la TV e mi resi conto che era il 13 novembre. Avevo dormito 2 notti e mio padre non sarebbe rientrato prima di stasera. Andai in camera mia e controllai il telefono cellulare, che avevo lasciato acceso. 40 chiamate perse e 33 sms. Decisi di non leggerli, tranne quelli di Cristine. Erano due. Il primo me lo aveva mandato alle 2:30 di quella notte, e mi chiedeva se avessi cenato con lei a casa di una sua amica, Lucille. Nel secondo si scusava per l’ora tarda e mi diceva che avrei potuto rispondere anche oggi nel pomeriggio. Finiva così “buona notte tesoro. Mi manchi ho voglia di chiacchierare un po’ con te”. Le risposi, dicendole che avrei accettato l’invito. Stasera avrei visto Cristine. Ho deciso di ricominciare a vivere.

Appena mi resi conto che il tentativo era fallito, pensai subito ad un altro metodo per morire, ma il pensiero fu subito accantonato. Non aveva senso morire ora come ora. Il tempo di morire era finito. Ora era tempo di vivere.

Rimaneva il mistero. Cosa accadde in realtà quelle due notti? Decisi di lasciare perdere quel pensiero per un po’. Il tempo sarebbe stato mio alleato. L’ipotesi del colpo di vento era la più plausibile. Se qualcuno mi avesse salvato la vita, lo avrei sicuramente saputo. Avrei saputo chi lo aveva fatto e soprattutto perché. Salvarmi la vita non poteva essere l’unica motivazione. Salvare la vita di un uomo non può giustificare un atteggiamento del genere. Se fosse stato qualcuno, quel qualcuno non ha voluto lasciare tracce. Era evidente l’esistenza di un secondo fine.

Ma ormai la decisione era stata presa. Non avevo voglia di ricominciare la vita dal punto in cui l’avevo lasciata. Quella vita è finita. Per quella vita ero già morto. Era tempo di cominciare una vita nuova. Non avevo nessun progetto, mi sarei lasciato guidare dall’istinto.

Per prima cosa doccia, poi colazione. Preparai il caffè, presi una scodella, versai i corn flakes e il latte. Dopo avere spento la tv, iniziai a mangiare. Odio guardare la tv mentre mangio. Uccidere tutti quelli che guardano la tv a tavola, specialmente in famiglia. Passi per chi e solo, ma, quando si è in tanti e si è tutti in grado di parlare, perché fare parlare chi non è presente, come il conduttore di qualche fottutissimo telegiornale. Quei bastardi ti danno le informazioni che vogliono loro, lo fanno con rigore scientifico, al fine di controllare le tue opinioni. Loro decidono quello che bisogna pensare, quali siano le opinioni giuste e quelle sbagliate.

La morte comunque mi aveva messo appetito, dopotutto erano 2 giorni che non mangiavo. Feci tutto con calma, anche perché ero pervaso da un forte senso di inquietudine, apprensione, ansia. Intendiamoci bene. Non ero scioccato dal fatto che avessi scelto la morte. Quella fu una mia scelta, sia che fosse giusta o che fosse sbagliata, era chiara, consapevole e inequivocabile. La benzina finita, le porte aperte e le lettere ancora sul tavolo. Era questo ciò che mi turbava. Ma la nuova vita stava per fare capolino. Trattenei il respiro per una decina di secondi. Una sorta di rito propiziatorio contro la paura. Stava per iniziare una nuova avventura.